Leggende
 Il sasso del pane: Bellagio
Durante l'epidemia di peste, che si sviluppò in epoca Manzoniana nel 1630, la popolazione di Bellagio, grazie alla conformazione geografica a penisola del territorio, evitò il contagio e quindi, utilizzando grano sano, produceva del pane per gli abitanti di Varenna. Lo scambio avveniva su di un grosso masso, poco distante dalla riva, ove si lasciava il pane. I compratori prendevano il pane e depositavano i soldi in un contenitore riempito d'aceto, per disinfettarli. Ora quel sasso è stato minato perchè costituiva un pericolo per la navigazione.
La statua del Gesù: Bellagio
Molto probabilmente (non si ha notizia della data esatta) verso la fine del ´600 - primi del '700, durante un'alluvione e straripamento dell'Adda o del Mera, ci fu la distruzione di una chiesina in Valtellina, ove si trovava una statua di legno raffigurante Gesu'. La statua, galleggiando sulle acque del lago, arrivò a fermarsi sulla spiaggia di Bellagio; non venne mai reclamata da nessuno ed i Bellagini, orgogliosi di questo ritrovamento, ancora oggi la conservano gelosamente, esponendola durante la processione del Venerdì Santo. Il nome di questa statua di manifattura Spagnola e Intero, proprio perchè raffigura il Corpo di Gesù.
La leggenda di Adelchi
Una bella favola narra di come il triste principe longobardo cantato dal Manzoni si sia imbattuto quassù, un giorno, in un superbo cinghiale. Fuggiva l'animale, lanciando grugniti inferociti di fronte a1 bagliore delle lame. Adelchi lo incalzava, sempre più eccitato dalla caccia. Ma, con astuzia inaspettata ecco il cinghiale cercar scampo in una piccola cappella, accovacciandosi mite e quasi supplichevole ai piedi del vecchio eremita che l'abitava. Il giovane guerriero, furioso, sentiva il trionfo sfuggirgli, tra i mormorii divertiti degli amici... Incurante delle preghiere dell'asceta, Adelchi levò il braccio per colpire, per uccidere la magnifica bestia. E tutto improvvisamente si fece buio. L'insolenza e la violenza avevano reso cieco, nel corpo e nello spirito, il principe longobardo.
Adelchi ritrovò la vista, e la ragione, solo dopo aver dato prova di pentimento e d’umiltà. Calato il velo, i suoi occhi osservarono finalmente la povertà della chiesetta officiata dall'eremita e dedicata a san Pietro. Avendo qui sperimentato la potenza del Signore e la sua misericordia, egli decise allora di ingrandire e abbellire a sue spese il sacro edificio, impegnandosi perché da Roma giungessero su questo monte sperduto le venerate reliquie dell'Apostolo. E per secoli, singoli fedeli e comunità in processione sono saliti a San Pietro, per invocare una grazia, per rendere grazie, per bagnarsi alla fonte montana come il cieco alla piscina di Siloe.
La leggenda di San Sfirio
Proprio sulla cima del monte Legnoncino, in Valvarrone, ad un’altezza di circa 1700 metri sul livello del mare, si trova la chiesa che nel 1771 fu costruita e dedicata alla memoria di S. Sfirio. La leggenda narra che, in un tempo non precisato, sei fratelli di nome Rocco, Ulderico, Gottardo, Iorio, Miro, la sorella Eufemia e Sfirio appunto, decisero di vivere in solitudine sulle diverse cime della zona. Il Legnoncino fu scelto da Sfirio che volle vivervi in preghiera e meditazione. I suoi fratelli invece si ritirarono sulle montagne delle vicinanze, dove ancora oggi è possibile trovare delle cappelle a loro ricordo: S. Rocco a Colico; Sant’Ulderico a Ca’ Maggiore sul monte Muggio; Sant’Eufemia a Musso; San Gottardo sopra Dongo e Sant’Iorio a Garzeno. Queste ultime tre località si trovano sulla sponda occidentale del Lario, in provincia di Como. Non esistono purtroppo notizie precise riguardo la vita di Sfirio, ma si può presumere che fosse volta alla meditazione, alla penitenza e che non fosse quindi priva di difficoltà. Insomma, quel tipo di vita eremitica che normalmente porta alla santità. Ciò che, infatti, accadde in seguito. Vivendo sulle cime dei monti ed in un’epoca in cui, a differenza d’oggi, i mezzi di comunicazione utilizzabili erano sicuramente pochi, il metodo usato dai sei fratelli fu di accendere dei fuochi notturni sulle diverse vette. Dei segnali convenzionali per far sapere che tutto andava bene. Nella parrocchiale di San Martino, a Sueglio, sull’altare posto nella navata sinistra della chiesa, sono conservate alcune reliquie: delle ossa che si vogliono appartenute a S. Sfirio. Come ogni leggenda che si rispetti, anche questa ha probabilmente un fondo di verità. Infatti, i luoghi scelti dai sei fratelli sono in ogni caso dei punti strategici di controllo sull’accesso alla Valtellina e alla Valchiavenna.. Due punti di grande importanza per l’epoca in cui visse Sfirio e che da lì erano facilmente controllabili. Se vi foste incuriositi…il Legnoncino è raggiungibile attraverso il comodo sentiero che, partendo dalla località detta Roccoli Lorla (1468m), vi porterà fino in cima. Oppure, come possibile alternativa, esiste un altro sentiero con cui giungerete ai Roccoli Lorla breve tempo passando anche dai Roccoli d’Artesso (Sueglio). Non resterete certo delusi dal panorama che godrete sia durante la salita sia una volta arrivati in cima
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